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Vogliamo davvero quello che diciamo di volere?

Vogliamo davvero quello che diciamo di volere?

Può capitare di ritrovarsi impegolati in situazioni da cui non solo è difficile uscire, ma in cui non si riesce nemmeno bene a capire come ci si è entrati. Quali sono i veri desideri privati che abbiamo e quali, invece, quelli indotti?

Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te” recita un famosissimo aforisma di Friedrich Nietzsche; rivelando, tra le righe, l’assoluta verità che riguarda tutti noi esseri umani.

Sono infiniti, ormai, gli studi psicologici che hanno chiarito come la vita da bambini, adolescenti (persino nel grembo materno) influenzi imprescindibilmente la vita che si condurrà da adulti, a volte condannandola ad anni e anni di atroci sofferenze autoindotte.

Ma come mai questo succede?

L’anello che spezza la catena a volte è invisibile

Per chi non riesce a focalizzare la propria situazione guardandosi dall’esterno, o facendosi aiutare da uno psicoterapeuta e/o una persona estremamente capace e fidata, molto spesso, diventare l’anello debole di una catena “negativa”, che si protrae anche da generazioni, può diventare virtualmente impossibile. Senza la coscienza, e la volontà, di sentire necessario un cambiamento, nulla può avvenire.

Per cui molti ex bambini non amati o mal amati dai genitori, da adulti, possono diventare schiavi della considerazione altrui, della società, mescolando i diritti ed i doveri in un unico pentolone nel quale, però, c’è un grande assente: la propria considerazione di sé, mutuata attraverso i propri veri, personalissimi obiettivi e sogni.

Può accadere, così, di restare schiavi di desideri indotti da terze persone o dalla società, ritrovandosi addirittura a combattere per essi, con una costante sensazione, però, di insoddisfazione e frustrazione personale, che non si riesce proprio a capire da dove arrivi.

I falsi obiettivi

È così che cominciano i percorsi più sbagliati: universitari che si iscrivono a facoltà a loro ostiche, solo perché indotti dalla volontà e dall’affetto manipolativo dei genitori; donne che si ritrovano a concepire figli su figli, senza averne la consapevolezza, la coscienza o il reale desiderio, solo per accontentare il partner o, che è anche peggio, le aspettative preconfezionate di una società implacabile che, altrimenti, è pronta a giudicare e a puntare il dito. Tantissime persone, di qualunque sesso ed orientamento sessuale, sono convinte che essere soli non basti, che sia assolutamente necessario dover condividere qualcosa con qualcun’altro, sempre, per sentirsi completi; come se da sole si sentissero vuote o, peggio, sentissero il vuoto che hanno dentro fare rumore.

Di esempi se ne potrebbero fare milioni, tutti comprendenti uomini, donne, bambini, nella stessa identica maniera.

Si ha l’illusione di sentirsi liberi ma, al contempo, si percepisce di essere rinchiusi in una sorta di gabbia dorata, che agli altri piace, ma a chi c’è dentro un po’ meno.

La palestra, la partita a carte con gli amici, la solita uscita del Sabato sera o l’incontro sessuale programmato sono davvero situazioni che creano svago e piacere o sono soltanto l’altra faccia di una stessa medaglia imposta da altri e dalla società?

Conseguenze nefaste

È molto importante porsi queste domande perché lo stress psicofisico che può manifestarsi dopo anni e anni di questa condizione di vita può portare anche a somatizzazioni, depressione, esaurimento nervoso, stanchezza cronica e, qualche volta, anche a gesti estremi.

La sensazione di star sprecando la propria vita, contemporanea alla percezione di essere totalmente confusi e impotenti, può davvero generare il famoso “sonno della ragione” che, per il pittore Francisco Goya, “genera mostri“, stando ad un suo celebre aforisma.

In una società come la nostra, soprattutto quando si sono vissute fasi difficili in infanzia e adolescenza, può risultare veramente complicato non invischiarsi e restare integri, senza lasciarsi risucchiare dal vortice dell’omologazione.

D’altro canto, l’ambiguità dei rapporti con i genitori, che sebbene siano le prime persone a dover instaurare una relazione sicura, di rispetto e affetto con i figli, non sempre riescono ad essere obiettivi e “giusti” per cui, spesso, ci si ritrova a vivere condizioni di ambivalenza, tra “amore” e manipolazione, “bene” e “male”, in una mischia praticamente fatale per il futuro, non fa altro che condizionare il resto dei rapporti: ci si abitua all’idea che chi ci ami possa anche farci del male gratuito, voluto o non voluto, e ci si illude che, nonostante tutto, non sia possibile farne a meno; che le relazioni d’amore e di affetto siano tutte così.

È necessario rientrare in contatto con se stessi, con i propri reali bisogni, qualunque essi siano, e i propri reali desideri.

Solo così, svincolandosi dal giudizio altrui e da quella gabbia dorata, la vita può acquistare nuovo valore, nuove possibilità e nuovi colori.