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Transgender e transessuali: perché un tempo erano considerati psicotici?

Transgender e transessuali: perché un tempo erano considerati psicotici?

I termini “transgender” e “transessuale” sono utilizzati relativamente da poco tempo e con un’accezione neutra da parte della scienza: fino a non troppo tempo fa, infatti, si parlava direttamente di psicosi.

Quando si parla di disforia di genere, si intende quel disagio che alcune persone provano nei confronti del proprio corpo e del proprio genere sessuale: ci si percepisce intrappolati in una dimensione fisica differente da quella a cui si sente di appartenere. Una cosa differente dall’omosessualità, che è semplicemente l’attrazione verso persone del proprio stesso sesso.

Da questa contingenza nasce una biforcazione: si può diventare transgender o transessuali. La differenza sostanziale risiede nel fatto che i primi non sentono la necessità di ricorrere alla chirurgia mentre i secondi, dopo una serie di verifiche ed accertamenti, possono cambiare genere sessuale sia a livello fisico che burocratico.

Metamorfosi sessuale paranoica: l’antica “diagnosi”

Secondo la Psychopathia sexualis, tra i primi testi dedicati alle patologie sessuali, risalente al 1886, chi sentiva di appartenere ad un sesso differente da quello fisico, era psicotico esattamente come chi credeva di essere Napoleone, ad esempio.

D’altro canto, l’ambito della “perversione” è stato introdotto, a livello medico, nell’Ottocento, includendo la condizione di transgender tra le devianze.

Un retaggio culturale antico che serpeggia, ancora oggi, nella mente di chi non riesce ad immergersi in una realtà formata da tanti aspetti diversi e naturali, parte di un multisfaccettato tutto (omofobia e transfobia).

Uno dei primi studiosi che si è interessato alla materia è stato il fisiologo austriaco Eugen Steinach, agli inizi del Nocevento: analizzò i legami tra ormoni e identità sessuale e condusse anche alcuni particolarissimi esperimenti su cavie, riguardanti il trapianto di testicoli.

Nell’area europea-mediterranea, la cultura patriarcale, tra l’altro, non ha aiutato: rivestendo la donna un ruolo “inferiore”, secondario, nella società, il desiderio di un uomo di comportarsi come una donna o, addirittura, di voler diventare una donna era visto come qualcosa di assolutamente deviato ed insano.

Gli anni ’50 e i primi cambiamenti

Il primo Dicembre 1952 è stata una data importante, in questo senso: il New York Daily News pubblicò la storia di un soldato americano, George Jorgensen, che, attraverso le testuali parole “La Natura ha fatto un errore, che io ho corretto, e ora sono vostra figlia“, annunciò al mondo che avrebbe cambiato sesso e che, da quel momento in poi il suo nome sarebbe mutato in Christine.

Negli anni ’60, invece, la parola “transessuale” cominciò ad essere di uso comune, dopo che il dottor David O. Cauldwell, nel ’49, l’aveva inserita nel suo libro “The transsexual phenomenon“.

Psicologia e psichiatria, intanto, muovevano moltissimi passi in avanti e, nel 1952, nasceva il DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), la “bibbia” redatta appositamente per gli “addetti ai lavori”. All’interno delle sue pagine, nel 1980, compariva per la prima volta il “disturbo dell’identità sessuale”, facendo letteralmente insorgere tutta la comunità transgender e omosessuale. Oggi si parla di “disforia” e non di “disturbo” proprio per avere un approccio più morbido sulla questione, anche se ci sono Paesi, come Francia e Danimarca, dove questi concetti sono già stati allontanati completamente dall’idea di disturbo psichiatrico.

L’approccio dei nativi americani

L’aspetto curioso è che, mentre nella maggioranza dei Paesi di tutto il mondo, anche in antichità, l’omosessualità, ed in particolare la disforia di genere, venivano etichettate come “malattie mentali”, i nativi nordamericani avevano un rispetto ed un approccio tutto opposto alla faccenda. Per questo affascinante popolo, infatti, il terzo sesso era sacro, degno di un ruolo molto particolare all’interno della comunità, come quello di guaritore, consigliere, addirittura di sciamano o sacerdote. Probabilmente, veniva percepita una sensibilità maggiore o differente, in queste persone, che veniva considerata quasi come qualcosa di divino.