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Sublimazione: un meccanismo di difesa particolare

Sublimazione: un meccanismo di difesa particolare

Tutti noi abbiamo, più o meno, confidenza con il concetto di meccanismo di difesa: si tratta di una sorta di stratagemma che l’inconscio mette in atto per proteggersi da minacce reali o potenziali, soprattutto provenienti da sé stessi. Tra questi, c’è la sublimazione.

Il primo ad occuparsi dei meccanismi di difesa, in psicoanalisi, è stato Freud ed i suoi studi sono stati ampliati e completati dalla figlia, negli anni ’60-’70.

Si tratta di una combinazione del conscio e dell’inconscio che genera delle reazioni ad una sofferenza certa o potenziale, proveniente sia dall’esterno (altre persone, ambiente, contingenze) che dall’interno (se stessi, ricordi, traumi).

I meccanismi di difesa

Quando in un individuo compaiono meccanismi di difesa volti a superare l’insuperabile, in genere, non c’è nulla di cui preoccuparsi: è una reazione normale che, a volte, può servire anche solo per prendere tempo per metabolizzare certe evidenze o affrontarle prendendole “più alla larga”.

Quando, però, il tutto diventa disfunzionale al punto da compromettere l’esame della realtà (arrivando a pesanti negazioni o, addirittura, ad allucinazioni), allora si entra nella sfera della patologia e della psicosi; ma ci sono casi in cui l’estremizzazione di una difesa può sfociare anche in nevrosi e disturbi della personalità.

Molti meccanismi di difesa sono comuni e si combinano tra loro: li sperimentiamo quotidianamente senza alcun problema. Si tratta della negazione, della scissione, dell’idealizzazione, dell’identificazione, della rimozione, della proiezione, della repressione, della regressione… Ognuna di queste manifestazioni ha un percorso che possiamo, bene o male, individuare e comprendere, anche andando ad intuito, ricordando le sensazioni provate in prima persona, anche senza saperne molto di psicologia.

Ma di cosa si parla quando si introduce il concetto di sublimazione?

La sublimazione è un cambio di destinazione

Freud non è sceso nei minimi dettagli della trattazione di questo specifico meccanismo di difesa, ma il suo ruolo è chiarissimo.

È il processo che si insinua tra altri, come lo “spostamento“, la “formazione reattiva” e la “rimozione“. Nel primo caso si ha uno shift dei sentimenti verso un oggetto “sostitutivo”, che assume il ruolo di oggetto manifesto, in stretto rapporto simbolico con l’oggetto reale o la reazione mentale che causa l’attivazione della difesa; entra in gioco quando si sente che specifici sentimenti vengono provati per qualcosa di inaccettabile, o anche nella genesi delle fobie. Nel secondo caso, invece, un desiderio percepito come inaccettabile viene sostituito con un suo opposto, e lo stesso vale per i comportamenti; questo tipo di processo può, talvolta, incidere anche sulla costruzione della personalità, facilitando la formazione di un “falso sé“. Nel terzo caso, infine, un evento angosciante, un ricordo traumatico e impossibile da sopportare e da razionalizzare viene completamente rimosso dalla coscienza, rimanendo relegato all’inconscio (e continuando a fare danni, ma in altra maniera).

La sublimazione, quindi, nello specifico, cos’è?

Anatomia di un processo di difesa

La sublimazione è un meccanismo di difesa per il quale si “shifta” una pulsione (sessuale o aggressiva, per lo più) in un’altra forma, cambiandone la destinazione.

Tutto sta nel trasformare in qualcosa di socialmente accettabile le pulsioni e gli istinti che si avvertono come inaccettabili: un’omosessualità repressa, un’aggressività latente, persino attrazioni patologiche, come quelle legate alla pedofilia.

Sublimando questi impulsi con un lavoro di chirurgo (aggressività), con un’attività artistica incentrata su determinati temi (sessualità) o persino con un’attività spirituale e religiosa importante, si riesce a gestire l’istinto primordiale e a donargli un nuovo scopo.

In questo modo si evita “l’implosione” e, quasi, ci si dimentica della pulsione originaria, vivendo meglio con se stessi.

Da sottolineare, però, è che non sempre questo meccanismo ha ragion d’essere e che, molto spesso, è proprio il timore di ricevere giudizi negativi dall’esterno a mettere in moto la macchina della difesa, senza che ce ne sia realmente bisogno (come nel caso, ad esempio, dell’omosessualità).