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Stress e dipendenza da lavoro: quando si parla di workaholism?

Stress e dipendenza da lavoro: quando si parla di workaholism?

In un momento storico in cui, almeno nel nostro Paese, si parla di crisi nel mondo del lavoro, si pone troppa poca attenzione nei riguardi di chi, invece, lavora anche troppo, finendo per soccombere.

Chi è imprenditore di sé stesso o si ritrova dipendente di qualche azienda molto esigente, non è infrequente che cominci a vivere la propria fetta di vita lavorativa con uno stress tale da contagiare anche la vita privata, fino ad attivare vere e proprie patologie a livello psicofisico. Una questione forse troppo sottovalutata nel nostro Paese e che miete vittime silenziose e, spesso, inconsce, ogni giorno.

Workaholism: cos’è

Per chi si ritrova del tutto dipendente dal lavoro è stato proprio coniato un termine: workaholic.

Si tratta di persone che non riescono più a separare la propria vita privata da quella lavorativa, riuscendo a rovinare i momenti di pausa con email, telefonate e messaggi in tema work (complici anche i dispositivi mobili che, oramai, ci rendono raggiungibili h24, ovunque), senza tuttavia nemmeno essere davvero produttivi al 100% nella sfera lavorativa: è risaputo, infatti, che chi riesce a rendere di più è proprio chi affronta le proprie ore d’impiego al massimo, riuscendo a “staccare” una volta tornato a casa, mettendo in pausa pensieri e preoccupazioni, almeno fino al giorno dopo.

Il workaholism è un vero e proprio disturbo ossessivo-compulsivo che riesce a mettere il lavoro così in primo piano, nella propria vita, che, inevitabilmente, la vita sociale e quella affettiva restano indietro. In tanti casi, anzi, arrivano a risentirne anche a livello fatale: litigi, discussioni, separazioni e divorzi sono all’ordine del giorno per i job addicted.

Stress da lavoro: quando diventa ansia da prestazione

Per fortuna, quella della dipendenza non è un epilogo scontato per tutti i lavoratori stressati, ma c’è chi rientra anche in altre categorie da tenere in conto, tra cui le vittime di mobbing, ad esempio.

Si tratta di chi viene letteralmente bullizzato sul posto di lavoro, da capo o colleghi, fino anche al punto di sentirsi costretto a licenziarsi, senza tuttavia ricevere un licenziamento ufficiale. Tutto questo succede, in genere, in maniera piuttosto graduale, cominciando da piccole discussioni e richieste “extra” da portare a termine e finendo per essere esclusi dalla cerchia dell’ufficio, ad esempio, o dalla considerazione dei capi, ritrovandosi soli a combattere contro una mole di lavoro esagerata, magari da consegnare entro deadline impossibili.

Ma non sempre la colpa, però, è da ricercare altrove.

A volte sono gli stessi lavoratori che non riescono a stabilire le priorità e le tempistiche in maniera efficiente, ritrovandosi subissati di lavoro proprio per una personalissima cattiva gestione delle proprie capacità.

In questo caso stress, ansia da prestazione, preoccupazione possono trasformarsi in un vero e proprio malessere a livello psicofisico che, se non affrontato, può portare lo stesso alle conseguenze tragiche descritte per i workaholic. La vita privata viene “infettata” da questa condizione con ripercussioni anche gravissime.

Cosa fare?

In questi casi, quindi, quando si comincia a sentire una pressione crescente, vale la pena innanzitutto fermarsi un attimo e cominciare a focalizzare al meglio la situazione, con un occhio esterno che sia privo di pregiudizi e di paure: cos’è che non va, precisamente? Le preoccupazioni da dove arrivano? Le colpe sono da ricercare fuori o dentro sé stessi?

Solo in questo modo sarà possibile valutare davvero al meglio come procedere per superare una situazione che può diventare, come abbiamo visto, anche rischiosa, per sé stessi, per gli altri e per la stessa resa sul lavoro.

Inoltre, quello che pochi sanno e che vale la pena, invece, tenere presente, è che la legge ci tutela al riguardo, anche in Italia.

Dal 2009, infatti, è obbligatorio per le aziende valutare lo stress da lavoro dei propri dipendenti e dal 2010 è tutto effettivo: in sostanza, i datori di lavoro sono tenuti a valutare la salute dei propri dipendenti, attraverso specialisti preposti (medici e/o psicologi), non solo poiché questo rientra nei diritti fondamentali dei lavoratori, ma anche perché la qualità del lavoro resti illesa. Insomma, si tratta di provvedimenti che fanno bene a tutti e a qualsiasi livello.