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Strage di attivisti nel 2016: quasi 4 alla settimana

Strage di attivisti nel 2016: quasi 4 alla settimana

L’attivismo è sempre stato una vocazione, più che una moda, perché quando il gioco si fa duro sono veramente in pochi a rimanere a giocare. Eppure, nonostante questo, il numero dei morti al suo interno è tragicamente alto.

200 morti nel 2016 e 98 in un 2017 ancora a metà: questo il tragico bollettino, riguardante gli attivisti in tema ambientale, emerso da un rapporto della Global Witness, un’organizzazione non governativa con sede a Londra che si occupa di moltissimi ambiti a livello etico-morale, tra cui sfruttamento delle risorse ambientali, corruzione, povertà e abusi dei diritti umani in tutto il mondo.

Il 2016 sarebbe l’anno più preoccupante, per queste stime, tenendo presente che l’organizzazione monitora questi dati, ormai, dal 2002.

Il tutto diventa ancora più duro da accettare se si pensa che, solo in Brasile, le vittime sono state 49, seguito a ruota da Colombia, con 37 morti, Filippine, con 28, e India, con 16.

Anatomia del fenomeno

Andando ad analizzare il fenomeno nel particolare, sono almeno un paio le evidenze che saltano all’occhio e che vanno, necessariamente, considerate.

Innanzitutto, come ha riferito Billy Kyte, di Global Witness: “Il 40% dei morti è rappresentato da individui delle popolazioni indigene, che abitano in quei territori da generazioni e che ora devono fare i conti con le società che hanno monopolizzato quelle aree. In alcuni casi, le proteste pacifiche hanno subito una dura repressione da parte della polizia locale, con la conseguenza di finire nel sangue“.

Più o meno la stessa verità che Bobby Banerjee, un ricercatore che analizza il fenomeno da 15 anni, ha riferito a The Guardian: “Di sicuro la violenza è crescente e il turbocapitalismo spinto dalla globalizzazione ha bisogno di terre sempre nuove e risorse sempre fresche“.

Ma c’è un altro aspetto che, a valutarlo, fa ancora più tristezza.

I Paesi in via di sviluppo non hanno ancora le risorse per potersi difendere e sono, ovviamente, più facilmente corruttibili.

Dove gli indigeni vedono una possibile risorsa da sfruttare, fosse anche utilizzare i propri terreni a fini agricoli, identificano, automaticamente, un nemico in chi difende l’ambiente, come se fosse antagonista della loro stessa sopravvivenza. È uno scenario molto prepotente in Africa, ad esempio, dove le foreste diventano “portafogli virtuali”, tra avorio, cuccioli degli animali più svariati da vendere agli zoo clandestini, pelli pregiate da dirottare nei mercati internazionali… uno scenario che fa riflettere, da ambo i lati di questo stesso mondo: quello più “borghese” e civile, che può permettersi riflessioni ad ampio raggio sull’umanità e sul pianeta, e quello povero, distrutto, che colleziona secoli di carestie e malattie, che ha soltanto da pensare come far mangiare e bere i propri bambini, scongiurando, ogni giorno, che non muoiano di una qualche malattia.

Vista dall’alto, la questione diventa ancora più triste e complicata da valutare, nella sua interezza.

Anche perché, a detta della stessa organizzazione, il numero dei morti potrebbe essere anche più alto e difficilmente intercettabile del tutto.