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Shopping compulsivo: quando spendere diventa una droga

Shopping compulsivo: quando spendere diventa una droga

Tutti abbiamo sicuramente confidenza con quella sensazione di benessere che ci pervade, seppur per un brevissimo momento, quando ci concediamo qualche spesa, magari imprevista. Ma quand’è che tutto questo sfiora la patologia?

Sul vocabolario alla parola patologia corrisponde: “Quadro o processo morboso/Diffusa decadenza o anomalia nell’ambito di una struttura e di un organismo“.

Eppure la sindrome da acquisto compulsivo, che è un disturbo del controllo degli impulsi che indica il desiderio compulsivo di fare acquisti, non è riconosciuta come un disturbo dalla American Psychiatric Association, l’organizzazione professionale di psichiatri che cura anche il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali.

La shopping-dipendenza

Era in corso il tardo diciannovesimo secolo quando venne coniato il termine oniomania dallo psichiatra tedesco E. Kraepelin che, insieme al collega svizzero E. Bleuler, identificò, per la prima volta, i sintomi associati a questa particolare dipendenza. Oggi è la studiosa statunitense S.L. McElroy ad occuparsi di questo fenomeno, dando dei criteri che aiutino a discernere quando lo shopping può essere ritenuto sano e quando patologico.

Di solito la fenomenologia riguarda individui che si ritrovano a comprare moltissimi oggetti, credendo di trarne una veloce “felicità”, ritrovandosi però, poi, perennemente insoddisfatti, tesi, preoccupati e vincolati ad acquisti continui alla ricerca di un traguardo che non esiste. Spesso molte spese sono praticamente inutili, evitabili, oppure troppo più onerose di quello che ci si potrebbe permettere; in questo modo, si mette in atto una catena di sensazioni che portano a stress, sensi di colpa, invasione della vita sociale e lavorativa, fino ad arrivare, in alcuni casi, a gravi problemi finanziari, correlati a indebitamenti pesanti.

Il desiderio di comprare è irrefrenabile e domina la persona che è alla continua ricerca di un mezzo che, secondo la sua concezione, possa aiutarla a sentirsi meno vuota, insoddisfatta, frustrata… con l’effetto finale che finisce per sentirsi anche peggio!

Il ruolo della dopamina

Se proprio dobbiamo cercare “il traditore” dobbiamo guardare alla dopamina, quel mediatore chimico (più propriamente neurotrasmettitore) indispensabile al metabolismo cerebrale che gestisce la sensazione di piacere nel cervello. La sua potenza sta nel fatto che il suo rilascio non solo avviene in situazioni particolarmente appaganti (che riguardano cibo, sesso o anche, purtroppo, droga) ma fa in modo che restiamo alla continua ricerca di ciò che ha stimolato il piacere. Studi hanno anche dimostrato, ad esempio, che la dipendenza da internet e dai social network è dovuta proprio al fatto che ad ogni “like” corrisponde un piccolo rilascio di dopamina! Senza contare, tra l’altro, l’enorme numero di obesi che sta interessando il mondo occidentale negli ultimi anni. Facile, quindi, capire come tutto questo abbia un unico denominatore e possa degenerare.

La rincorsa alla “ricompensa” diventa sempre più affannosa perché è come se ci si “abituasse” a determinati standard e si cominciasse a desiderare uno stimolo sempre più forte per ricevere scariche maggiori di dopamina e quindi sensazioni più forti di benessere, con immaginabili conseguenze.

Il neuromarketing

In tutto questo si inseriscono quegli studi a proposito di neuroscienza associati al marketing, che rendono la trappola quasi perfetta. Ed ecco spuntare il Back Friday, le formule “All you can eat” nei pub, le offerte a scadenza limitata, quelle “imperdibili”, gli sconti e i saldi: una serie di stimoli che inducono a spendere, pensando che poi, quando non se ne potrà più approfittare, ci si sentirà pentiti o frustrati per non aver colto l’occasione al volo.

Il problema è che tutto questo porta ad acquisti anche insensati, e chi soffre di questa dipendenza spesso si ritrova a regalare o persino buttare molte delle cose comperate, sentendo però contemporaneamente e continuamente, l’impulso a comprare ancora dell’altro, in una escalation senza fine.

I rimedi

Ovviamente, la macchina del neuromarketing ha presa su chi certe dinamiche non le conosce e su chi ha una vita triste, vuota o insoddisfatta.

La verità è che l’unica reale intenzione del nostro cervello è quella di “mantenerci in vita” e, se prende in considerazione determinati “mezzi”, è perché siamo noi a permetterglielo. Se ci si pensa a mente lucida, infatti, la sensazione di falsata felicità che si prova quando si torna a casa con le mani piene di shoppers non è minimamente equiparabile alla reale felicità che scaturisce da un traguardo raggiunto, da relazioni interpersonali soddisfacenti, da una vita realmente appagante, al di fuori degli oggetti di cui si può disporre.

Di certo, sane abitudini possono aiutare nell’essere più lucidi e meno manipolabili dal pensiero delle “false ricompense”: mangiare sano, limitando zuccheri e grassi saturi ed evitando il cibo spazzatura, può aiutare a ritrovare il piacere dei cibi genuini; fare esercizio fisico aiuta l’umore e produce, già così, dopamina; coltivare relazioni sane, dormire il giusto numero di ore, coltivare hobby e passioni sono tutti mezzi per vivere una vita piena, soddisfacente, lontana dalla noia e dal pensiero che quello che non si ha spiritualmente lo si può “comprare” in altri modi.