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Rifugiati ambientali: dal 2030 serviranno 300 miliardi di dollari l'anno

Rifugiati ambientali: dal 2030 serviranno 300 miliardi di dollari l’anno

L’opinione degli studiosi riguardo la questione dei cambiamenti climatici è piuttosto divisa ma, ovunque risieda la verità, c’è un dato oggettivo a cui è impossibile non prestare attenzione: il numero di persone colpite da catastrofi ambientali è raddoppiato negli ultimi 40 anni.

La questione dei rifugiati ambientali sta diventando molto preoccupante, ad ogni livello. Tra uragani, maremoti e terremoti la situazione, per moltissime persone, è diventata durissima da vivere. C’è chi perde la casa, con tutto quello che contiene al suo interno; chi perde auto, risparmi, dignità, e c’è chi, purtroppo, perde anche la vita. E le stime non sono incoraggianti.

Paesi ricchi e Paesi poveri: troppa differenza

Secondo la Fondazione Heinrich Böll, parte del movimento politico globale dei Verdi tedesco, che rivolge le sue maggiori attenzioni all’ecologia, alla sostenibilità, alla democrazia e ai diritti umani, i numeri dei rifugiati ambientali, nei prossimi anni, sono purtroppo destinati a salire e, con essi, anche le cifre di denaro che serviranno per trarli in salvo. Si parla di 300 miliardi di dollari annuali. Ma non è tutto, perché quello che si è reso evidente con l’ultimo accadimento legato all’uragano Irma, è che c’è molta differenza tra le conseguenze relative ad un Paese economicamente solido ed uno più povero, nelle stesse condizioni di emergenza climatica. Gli USA, ad esempio, hanno chiesto l’evacuazione di oltre 6 milioni di persone dalla Florida, contando 11 vittime. In Repubblica Dominicana e ad Haiti, invece, solo “sfiorate” dall’uragano, i morti sono stati 25 (quindi più del doppio), con  34.000 sfollati, 17.000 persone senza riparo e 1,2 milioni di persone che non hanno più acqua potabile, a causa dei danni creati da Irma alle infrastrutture idriche.

Insomma, questo fa capire quanto gli eventi esterni possano rivelarsi catastrofici non solo per la propria potenza, ma anche e soprattutto a causa delle condizioni precarie in cui versano determinate popolazioni e le loro infrastrutture. Lo ha dimostrato anche il recente terremoto di Ischia, che ha causato danni molto superiori a quelli che di solito si verificano in quei range di valori, semplicemente perché le costruzioni crollate erano vecchie, non antisismiche e quindi poco resistenti.

A rischio colera

L’altra faccia della medaglia di uno scenario del genere è rappresentata dalle conseguenze di natura sanitaria.

Gabriele Regio, responsabile degli interventi di Oxfam, una confederazione internazionale di organizzazioni non profit dedite alla riduzione della povertà globale, ad Haiti e in Repubblica Dominicana ha infatti dichiarato: “Le inondazioni hanno raggiunto un metro di altezza nei quartieri più poveri. Stiamo osservando molta spazzatura e detriti nelle strade allagate di Cap-Haïtien; situazione, questa, che aumenta il rischio di diffusione di colera e di altre malattie“. La confederazione è inoltre al lavoro per capire le evoluzioni di Jose, l’uragano che seguirà ad Irma e che potrebbe fare ancora ulteriori danni, occupandosi anche di provvedere ad acqua, cibo e ripari nella città di Cap-Haïtien. Sos Villaggi dei bambini, nel frattempo, è intenta ad offrire aiuto ai bimbi che ne hanno bisogno.

Una situazione che fa quindi parlare di emergenza umanitaria e che spaventa, soprattutto per il futuro.