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Ragazzo tiene in mano cuori con i colori del pride

I Rapporti Kinsey: la sessualità sdoganata negli anni ’50

Il mondo non è diviso in pecore e capre. Non tutte le cose sono bianche o nere“. Così Alfred Kinsey sintetizzava le sue scoperte sul comportamento sessuale umano, nel 1948.

Ci sono stati uomini che sono stati grandi non solo per la portata delle loro scoperte e per le domande che si sono posti, ma anche per aver avuto il coraggio di portare avanti le proprie idee condividendole con un mondo che, in alcuni casi, non era ancora pronto ad ascoltarle.

Questo è sicuramente il caso di Kinsey, un biologo statunitense che si ritrovò a diventare anche sessuologo, a causa di un “incidente culturale“.

Lo scienziato, infatti, dopo essersi laureato ad Harvard, si ritrovò ad insegnare zoologia all’Università dell’Indiana ma il caso volle che un’associazione studentesca femminile gli propose di coordinare un corso sul matrimonio: fu in quell’occasione che si rese conto che vigeva, tra i giovani, una profonda ignoranza in tema sessualità; d’altro canto, erano gli anni in cui, negli USA, adulterio, omosessualità, rapporti orali ed anali anche fra adulti consenzienti erano considerati reati da punire col carcere. Erano ancora epoche di grandi tabù.

Questo, però, non frenò gli entusiasmi di Kinsey nello svolgere alcune ricerche abbastanza anacronistiche per l’epoca, tant’è che cominciò ad organizzarsi per raccogliere materiale e ricavarne delle tesi realistiche e statisticamente valide.

Lo studio

Per parlare di percentuali attendibili bisogna analizzare un campione sufficientemente grande e vario: per questo, Kinsey fece intervistare ben 18mila individui (di cui quasi 8000 in prima persona), cercando di fare luce su questioni decisamente poco convenzionali, per l’epoca, ma che si rivelarono preziosissime. Tutto girava intorno alle abitudini sessuali dei partecipanti, includendo masturbazione, vita dentro e fuori il matrimonio, attrazioni verso l’altro sesso o, addirittura, bambini e le stesse pulsioni dei più piccoli, un po’ come aveva fatto anche Freud, poco prima di lui.

Il risultato fu interessantissimo: quasi il 46% degli uomini rivelò di aver interagito sessualmente con persone di entrambi i sessi, con un 37% riferente almeno un’esperienza omosessuale; il 10% dei maschi americani emerse “pressoché esclusivamente omosessuale per almeno tre anni tra i 16 e i 55 anni“. Delle donne, invece, il 7% delle non sposate e il 4% delle sposate, in un’età compresa tra i 20 e i 35 anni, riferì esperienze e/o attrazioni eterosessuali e omosessuali in pari quantità, con un 2-6% esclusivamente omosessuale. Si stimò anche che circa il 50% degli uomini sposati aveva avuto relazioni extraconiugali, contro un 26% al femminile. Vennero esplorati i territori scomodi del sadomasochismo e della sessualità infantile, materiale che è stato oggetto di grandi critiche, in tempi più recenti, perché si è pensato che i referenti determinati episodi potessero essere, chiaramente, dei pedofili.

Ma quelle non sono state le uniche critiche rivolte a Kinsey.

In un clima ancora molto bigotto (lo scienziato stesso proveniva da una famiglia di stampo conservatore), i suoi studi furono materiale facile da bandire, tant’è che riuscì a pubblicare solo 2 dei suoi 3 libri previsti sulla faccenda (“Il comportamento sessuale dell’uomo“, che vendette 200mila copie in pochi mesi e venne tradotto in otto lingue, e  “Il comportamento sessuale della donna“), finanziati dal National Research Council della Fondazione Rockefeller; in seguito, infatti, gli vennero tagliati i fondi. I dati finali fuoriusciti, si dice, direttamente dai diari di alcuni pedofili e dallo studio sui reati sessuali, offrendo, quindi, uno spunto volto a soddisfare le richieste e le critiche ricevute, non riuscirono mai ad essere resi pubblici.

Alcune fonti parlano anche di un rifiuto di Kinsey nello “scovare” gli omosessuali impiegati negli uffici dell’FBI.

La scala Kinsey

Soltanto la mente umana inventa categorie e cerca di forzare i fatti in gabbie distinte. Il mondo vivente è un continuum in ogni suo aspetto. Prima apprenderemo questo a proposito del comportamento sessuale umano, prima arriveremo ad una profonda comprensione delle realtà del sesso“, affermò il sessuologo (da alcuni ritenuto bisessuale) nel suo primo libro.

Proprio per questo pensò di ideare una sorta di scala di valutazione che racchiudesse, in una maniera qualitativa, più che quantitativa, tutte le sfumature della sessualità umana: i livelli andavano da 0 (totalmente eterosessuale) a 6 (totalmente omosessuale), con una fascia intermedia fatta di attrazioni, interessi e rapporti bilaterali e coesistenti nell’arco di una stessa vita.

Semplicemente, la tesi di Kinsey era che la sessualità umana fosse molto più fluida di quel che si pensava, oggetto anche di trasformazioni, evoluzioni e cambiamenti nel corso degli anni.

Una serie di affermazioni, insomma, forse impossibili da apprezzare per l’epoca in cui sono state divulgate, ma che hanno rappresentato terreno fertile per le ricerche più moderne che, alternatamente, hanno a volte confutato ed a volte confermato il loro contenuto.