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Moda sostenibile: la nuova frontiera del fashion

Moda sostenibile: la nuova frontiera del fashion

Sembra proprio che la moda, oggi, per essere in, debba necessariamente essere sostenibile; tutto il resto è out. Ma cosa si intende, esattamente, quando si parla di fashion etico e come siamo arrivati a questa nuova concezione?

Emma Watson è una delle tante testimonial della moda etica nel mondo. Con il suo nuovo canale Instagram The Press Tour ha scelto, infatti, di dare voce soltanto a questa tipologia di outfit, optando per gli stilisti e i modelli più vicini alla causa. L’interesse per questo tipo di campagna, a detta sua, è nato quando si è ritrovata faccia a faccia con il crudissimo documentario di Andrew Morgan, “The True Cost“, che le ha aperto gli occhi su tutta una serie di scandali che riguardano il “dietro le quinte” della moda a livello mondiale.

Ma la Watson è solo una delle esponenti di un movimento che, in questo preciso momento storico, è in pieno essere, dettando legge sull’intero panorama fashion.

Consapevolezza d’acquisto

Le cose sono cominciate a cambiare, in verità, anche prima del documentario scandalo di Morgan, pubblicato nel 2015: nel 2013, infatti, c’era stato il gravissimo crollo della fabbrica tessile di Rana Plaza in Bangladesh, che aveva portato con sé molte vittime, tra cui donne e bambini, tenuti nei nidi aziendali durante le ore di lavoro dei genitori. Una vera tragedia che ha coinvolto anche marchi importanti, come Auchan e Benetton, e che ha spinto le persone a porsi molte più domande sulla provenienza dei prodotti e sui “costi umani” per la loro realizzazione.

D’altro canto a livello globale la moda è seconda solo al petrolio come causa d’inquinamento.

Infatti, se si uniscono i singoli contributi della presenza umana (che mangia, produce rifiuti, etc) con le emissioni generate durante la realizzazione dei tessuti e l’abbattimento degli alberi utilizzati per produrre tessuti particolari come la viscosa, si può intuire quanto la moda abbia un ruolo chiave nella questione ambientale.

Senza contare lo sfruttamento animale, che prevede l’uccisione annuale di circa un miliardo di esemplari per la realizzazione del cuoio e di 50 milioni di esemplari per le pellicce.

L’impegno

Sebbene i consumatori abbiano imparato a informarsi molto di più, tramite le etichette dei prodotti e recuperando materiale online, sono tantissimi i marchi che, ad oggi, mantengono ancora la privacy sul proprio presunto impegno verso l’ambiente e gli animali.

Si comincia però a respirare aria di cambiamento grazie, ad esempio, al Fair Fashion Center della Caledonian University di Glasgow, che sta lavorando con 211 marchi per somme importanti di denaro che arrivano anche ai 200 milioni di dollari.

Gli innovatori

Il primo nome che va fatto per l’impegno in materia è quello di François-Henri Pinault, presidente e amministratore delegato del gruppo Kering (Saint Laurent, Alexander McQueen, Gucci e tanti altri) che è ben disposto ad apportare le riforme necessarie per ottenere un risultato di miglior impatto ambientale.

Dello stesso gruppo è anche Stella McCartney, adorata dalla stessa Watson per il suo stile inconfondibile e il suo impegno ambientale ed animale, che l’ha resa ispirazione per tutti. La materia prima utilizzata per le sue realizzazioni proviene esclusivamente da una specifica foresta svedese e il processo d’estrazione avviene in alcuni stabilimenti europei, in modo da ammortizzare l’impatto del trasporto. La McCartney ha fondato la sua etichetta chiedendo standard molto elevati in questo senso, per un impegno complessivo che ha dato ottimi risultati: il 53% delle collezioni femminili e il 45% di quelle maschili sono sostenibili. “La moda uccide e la fa franca – ha dichiarato – deve essere responsabilizzata e bisogna fare più domande.

Il riciclo proposto dai grandi marchi

Nonostante siano proprio i consumatori a richiedere un campionario fashion più sostenibile, però, c’è anche da dire che sono ancora in tanti a liberarsi di capi, più o meno nuovi, dopo pochissimo tempo senza pensarci troppo: secondo le stime il settore della moda sarebbe, infatti, responsabile dell’85% di tutti i materiali tessili che finiscono in discarica (all’incirca 21 miliardi di tonnellate). Cifre da capogiro se si pensa a quanto sia importante anche il tema rifiuti a livello globale ed ambientale.

Su questa componente si è basata la raccolta di tessuti usati di H&M in cambio di buoni sconto, e la campagna Join Life di Zara con l’impiego di lana riciclata e cotone organico.

Tutto questo non può che essere solo l’inizio di quello che sta cominciando come “tendenza”, ma deve diventare necessariamente un’abitudine per apportare dei risultati veri e concreti. Comperare solo capi sostenibili per poi non farsi remore a gettarli tra i rifiuti al primo cambio di stagione è un controsenso!
Il vero cambiamento è quello da attuare ogni giorno dentro noi stessi prima di pretenderlo dagli altri.