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La ricerca della felicità: cosa ci allontana e come ritrovarla

La ricerca della felicità

“La felicità è un percorso, non una destinazione”, eppure tante volte sembra sfuggirci di mano: la sentiamo sfiorarci le dita e poi allontanarsi, per sparire dietro a qualche parola non detta o qualche azione mai compiuta. Perché è così difficile conquistare questa pace dei sensi?

Abbiamo affrontato tante volte l’argomento “felicità”, toccandone i lati più disparati della sua multisfaccettata essenza.

Ci siamo concentrati sul bisogno di approvazione, sull’invidia, sulla dipendenza affettiva e, non ultimo, su quella che, ormai, è diventata una sindrome social a tutti gli effetti, la FOMO, cioè la paura di essere “tagliati fuori” dalla reputazione e dalla considerazione virtuale di amici, conoscenti ma anche avventori sconosciuti del web.

Oggi cercheremo di collegare tutti questi aspetti per farli convergere verso un unico, comune obiettivo: la ricerca della felicità.

La felicità condivisa, ma personale

Happiness is only real when shared” è la frase sottolineata, su un libro di Tolstoy, dal protagonista del bellissimo film “Into the wild“, diretto da Sean Penn. Si tratta di un insieme di parole dalla potenza infinita perché, in effetti, è proprio vero che la sensazione di felicità più tangibile, più concreta, più sentita è quella che si condivide con qualcuno. Ma è anche vero, però, che per gustare una “prelibatezza” del genere è importante aver già imparato cos’è il “digiuno”, come ci si sente in momenti ordinari, per carpire la straordinarietà di quell’emozione.

Tanto per citare un’altra pellicola (“Vanilla Sky“), è un altro modo per dire che “senza l’amaroil dolce non è tanto dolce“.

Il demone odierno, per molti, è diventato internet, con il pullulare di social che ospita e che ha messo, automaticamente, tutti in vetrina. Una condizione che a tanti piace, ma che per altri è anche motivo di disagio, di chiusura, di insicurezza.

Può sembrare quasi un concetto ambiguo, ma non è infrequente che la voglia di omologarsi ai trend più in voga generi un senso di frustrazione, poiché ci si ritrova a fare qualcosa solo per imitare gli altri, per sentirsi parte della massa, senza, però, condividere davvero con quella stessa massa l’entusiasmo e la gioia della partecipazione. In realtà, in forme diverse, questo è quello che accade, e che è sempre accaduto, anche fuori dal web. Qualche esempio?

Finire per scegliere il lavoro desiderato dai genitori, o per vincolarsi in un’unione di cui non si è convinti… Per lasciar scegliere, insomma, direzioni importanti della propria vita agli altri. Questo è sicuramente il modo più sicuro per ritrovarsi scontenti, frustrati ed infelici, proiettati in una dimensione molto diversa da quella personale, in una vita che non si sente propria, che altro non è che lo specchio degli altri, di quello che vogliono o si immagina vorrebbero. Esattamente lo stesso tipo di processo che si innesca quando si diventa “drogati” di like fino a de-personalizzarsi pur di ottenerne in quantità soddisfacenti.

La soluzione

Come sempre, il rimedio è cercare le risposte guardandosi dentro, lasciando perdere l’esterno.

Solo compiendo ciò che ci rende orgogliosi in prima persona, che ci fa assomigliare di più a noi stessi e non all’infinito panorama altrui, può dare quella spinta e quell’input energetico e psicofisico per superare difficoltà, muri invalicabili e momenti difficili. La vita, anche nei suoi capitoli più faticosi, acquista un senso che altrimenti sarebbe diluito e dimenticato. Anche la parola “fallire” deve essere sdoganata: la vita di tantissimi personaggi, anche di successo, è stata costellata di fallimenti, che sono gli step utili e necessari al learning, all’esperienza, a ciò che diventerà il nostro personalissimo bagaglio e che ci permetterà, proprio per questo, di poter fare sempre meglio e, perché no, di ambire anche a vette altissime.

D’altro canto, Beckett insegna: “Ho provato, ho fallito. Non importa, riproverò. Fallirò meglio“.