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Giovane ragazza tiene in mano orologio

La percezione del tempo: come cambia con l’età?

Che cos’è il tempo? Se nessuno me lo domanda, lo so. Se voglio spiegarlo a chi me lo domanda, non lo so più” diceva il filosofo Agostino d’Ippona, già pochissimi secoli dopo la nascita di Cristo. Il tempo ha sempre interrogato (e spaventato) anche le menti più intelligenti e perspicaci della storia dell’umanità.

La questione del tempo è sempre stata vissuta in maniera abbastanza spinosa e diversificata dagli esseri umani: filosofi, matematici, fisici e pensatori, sono tutti passati attraverso questo concetto senza mai riuscire a venirne a capo in una maniera che potesse definirsi standard, definitiva, ufficiale. E questo per un motivo molto semplice: perché il tempo è davvero relativo.

Stephen Hawking, probabilmente la mente più illuminata del nostro secolo, diceva: “Nella teoria della relatività non esiste un unico tempo assoluto, ma ogni singolo individuo ha una propria personale misura del tempo, che dipende da dove si trova e da come si sta muovendo“. In effetti, tutti noi possiamo facilmente renderci conto di come, ad esempio, lo scorrere del tempo si avverta più veloce quando ci troviamo in situazioni particolarmente piacevoli e sembri, invece, non passare mai in momenti difficili da affrontare e assorbire.

In verità, è forse un affanno eccessivo il nostro, perché il tempo è qualcosa che serve a noi per regolare la nostra “vita mortale” ma che assume tutto un altro significato guardando alle cose in grande: rispetto alle ere geologiche, al momento zero del Big Bang, agli scontri tra galassie che generano nuove stelle e pianeti, la nostra intera vita copre davvero un minuscolo, quasi insignificante ruolo; una visione delle cose che dovremmo conservare e rispolverare ogni volta che ci ritroviamo a prendere la vita troppo sul serio, per contestualizzare e ridimensionare in maniera più efficace tutte le cose.

La Teoria Proporzionale

Qualunque sia il concetto reale del tempo, è ovviamente innegabile che si tratti di una misura per noi utilissima per scandire praticamente tutto nella nostra vita; appuntamenti, visite mediche, persino documenti, poppate per neonati e per cuccioli: tutto deve necessariamente passare attraverso il filtro del tempo, che poi altro non è che la natura stessa.

Ma allora perché la nostra percezione in relazione ad esso cambia con l’età?

Perché in gioventù il tempo sembra essere quasi statico e, invece, dopo i 30, 40, 50, 60 anni tutto sembra cominciare a sfuggire al nostro controllo e a diventare inafferrabile?

C’è una teoria, detta “Proporzionale“, che ha cominciato a diffondersi nel 1877, con gli studi del filosofo francese Paul Janet, e che ha ritrovato terreno fertile proprio ai giorni nostri grazie al pensiero di un designer noto a livello mondiale, Maximilian Kiener, che si occupa di progetti digitali ma anche di pensiero e scrittura, per passione.

Questa teoria si fonda sul fatto che la quantità di tempo “presente” cambi in proporzione, continuamente, rispetto a quella di tempo “passato”: ad esempio,  per un bambino di 2 anni, un anno equivale, chiaramente, al 50% della sua vita, mentre una volta raggiunti i 4 anni si sarà già scesi al 25%. Man mano, queste percentuali diminuiscono sempre più, perché a 40 anni, un anno rappresenta il 2,5% della vita, a 60 l’1,67%, a 90 l’1,11%… più si va avanti, insomma, e più il tempo che passa sembra essere una frazione minuscola rispetto al tempo che è già passato, che si è già vissuto, con tutto il carico di esperienze, di gioie e di dolori che, inevitabilmente, si sono susseguiti.

La paura

Sicuramente, il tempo condensa anche la nostra paura di invecchiare, o quella di non poter avere più figli, ad esempio, per una donna, insieme a tantissime altre variabili: per un malato terminale, il tempo è il materiale prezioso che lo attacca ancora alla vita.

Proprio sulla base di quanto specificato, però, bisognerebbe imparare a “fare pace” con il concetto dello scorrere del tempo, guardando le cose da una prospettiva più ampia, come abbiamo suggerito in precedenza, e con la consapevolezza che non è il tempo a passare… ma noi stessi. Si tratta, insomma di accettare la nostra stessa mortalità, l’unica cosa che, invece, gli esseri umani rifuggono da sempre.