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cos'è l'ipnosi regressiva

Ipnosi regressiva, vite precedenti e subconscio: cosa c’è di vero?

Non esiste scienza senza metodo scientifico o verifiche sperimentali. Eppure le pseudoscienze, come vengono definite, o la parapsicologia, affrontano argomenti molto discussi e hanno numerosi sostenitori.

Viene, quindi, spontaneo chiedersi come mai tutto questo avvenga e quanta verità ci sia in questi contenuti.

L’ipnosi regressiva

Sono tantissimi i film e i libri che si incentrano su esperienze del genere, creando, da lì, storie paranormali avvincenti e piene di colpi di scena.

Le più antiche pratiche di regressione a vite precedenti risalgono al 900 a.C., nelle Upaniṣad, un insieme di testi religiosi e filosofici indiani in lingua sanscrita.

Si tratterebbe di uno stato di trance, indotto da uno psicoterapeuta o da personale idoneo, in una persona consenziente, per viaggiare “indietro nel tempo” attraverso la mente ed i ricordi, scavando a fondo nel subconscio e, addirittura, arrivando a momenti antecedenti alla nascita. Oltre alla componente psicologica, quindi, che vedrebbe questo tipo di pratica utile per far riaffiorare ricordi sepolti e mai metabolizzati, aiutando nello smaltimento di stress, ansie ed angosce, c’è chi assicura l’esistenza anche di una componente spirituale, che legherebbe due o più corpi alla stessa personalità.

Gli studi del Prof. Stevenson

Ian Stevenson è stato uno psichiatra statunitense di fama mondiale, anche grazie ai suoi studi e alle sue convinzioni in ambito parapsicologico. Capo del dipartimento di psichiatria dell’Università della Virginia, fu fondatore e direttore della divisione dell’università sullo studio delle percezioni, incluso il paranormale. Stevenson si dedicò, con grande passione, all’ipnosi regressiva per moltissimi anni, sostenendo che fosse in grado di catapultare le persone indietro nel tempo, esplorando vite precedenti. Quando si cominciò a parlare di autosuggestione da parte dei pazienti, decise di lavorare sui bambini, prendendone in esame circa 300, in tutto il mondo; pensò che la loro “purezza” potesse essere un incentivo per dimostrare le sue tesi in maniera più “pulita”. 

I risultati furono interessantissimi: bambini che ricordavano persone conosciute in altre vite, che raccontavano la loro morte violenta “precedente”, che si spostavano, senza sentirsi spaesati, in città nuove o che, addirittura, parlavano lingue sconosciute. Inoltre Stevenson sosteneva che le macchie della pelle, le cosiddette “voglie”, dei bambini fossero strettamente collegate alla morte o ad esperienze avute in altre vite, tanto che andò anche a verificare di persona, in base alle informazioni fornitegli dai piccoli pazienti, ritrovandosi a testimoniare moltissime coincidenze pazzesche: in alcuni casi le “voglie” erano come cicatrici di una ferita mortale (o meno) ricevuta in una vita precedente.

Cosa dice la scienza?

La scienza, naturalmente, è scettica, sia riguardo l’ipnosi regressiva che riguardo la trasmigrazione delle anime. Ma come spiega tutto questo?

Innanzitutto, la fonte dei ricordi testimoniati dai pazienti come frutto di vite passate, sarebbe semplicemente un insieme di racconti creati dal subconscio, influenzati dalle informazioni e dai “suggerimenti”, forniti consciamente o meno, dal terapeuta; in sostanza, secondo le critiche, Stevenson sarebbe stato in buona fede (non come molti ciarlatani di dubbia fama), ma ingannato dai bambini intervistati o dagli stessi traduttori, a causa di domande allusive, che suggerivano intrinsecamente la risposta: le conclusioni tratte da Stevenson, insomma, sarebbero viziate da bias di conferma, un fenomeno cognitivo che svela quanto l’essere umano sia limitato a gestire le informazioni, nel momento in cui sono legate a forti credenze o convinzioni, “attaccandosi” agli elementi che confermano le proprie tesi e ignorando quelli che, invece, ne testimonierebbero la falsità.

Tra l’altro, questi ricordi falsi, creati sotto ipnosi, non sarebbero successivamente distinguibili dai reali, creando ulteriore confusione. Inoltre fu provato che questi bambini conoscevano solo alcune parole delle ipotetiche “lingue sconosciute”, che apparivano veri e propri discorsi ai profani, ma si rivelavano per quello che erano agli intenditori, dimostrando che erano termini antecedentemente appresi durante le normali attività quotidiane, in un modo o nell’altro.

Insomma, ancora una volta mistero e scienza si fondono, lasciandoci un’importante riflessione da fare: anche gli alchimisti, ai tempi, erano considerati maghi, eppure non erano altro che chimici; se l’autosuggestione può arrivare a “guarire” le persone è soltanto perchè la mente è davvero molto più potente di quello che si pensa. Imparare a dominare la mente vuol dire imparare a conoscere se stessi, attraverso la scienza e attraverso quelle domande e quei misteri che, per quanto affascinati, non sono altro che informazioni che non abbiamo ancora gli strumenti giusti per comprendere a pieno.