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Il lavoro riesce a modellare il cervello

Il lavoro riesce a modellare il cervello

Un volume interessantissimo, quello pubblicato dal neuroscienziato italiano Antonio Cerasa, intitolato: “Expert Brain. Come la passione del lavoro modella il nostro cervello“.

Tu non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca” dice l’ammiccante Tyler Durden nella pellicola capolavoro di David Fincher, “Fight Club“, tratta dal romanzo di Chuck Palahniuk. Peccato che, stando alle ultime scoperte, almeno la prima frase sarebbe da rivedere.

La materia grigia che si modella

Cerasa ha esaminato moltissimi casi diversi per la sua ricerca, e li ha poi tutti descritti ed elencati nel suo volume, appena pubblicato.

In effetti, tutta la teoria non solo ha riscontro, ma anche senso: il lavoro è un’attività che, in qualche modo, almeno per una gran parte delle ore settimanali, ci definisce, e non è quindi implausibile che riesca anche a cambiarci, sviluppando qualità e peculiarità. La novità riguarda il fatto che la materia grigia sarebbe in grado di modellarsi a seconda delle mansioni, un aspetto curioso e quasi in antitesi con il fatto che i neuroni cerebrali sarebbero rigenerabili solo durante l’infanzia e l’adolescenza.

Le scoperte del neuroscienziato

Tutto è partito, per Cerasa, osservando un gruppo di cuochi lavorare insieme.

Secondo lo scienziato gli chef, in particolare, avrebbero in comune un maggior sviluppo del cervelletto: “area che controlla il movimento: sono super-allenati alla programmazione motoria dovendo orchestrare alla perfezione un gruppo di persone, non a caso il volume del cervelletto è direttamente proporzionale alla brigata di colleghi che lo chef deve gestire” ha assicurato.

Ha studiato poi i tassisti, abituati a districarsi tra le vie delle città ed il traffico, studiando scorciatoie e diversivi e quindi ritrovandosi con un ippocampo, sede della memoria, praticamente da fuoriserie!

Per quanto riguarda i sommelier, invece, le emozioni vanno a mescolarsi alle sensazioni di gusto ed olfatto, per cui le aree coinvolte sono ancora differenti: secondo Cerasa “quando bevono, rispetto alle persone che attivano solo le aree del gusto, gli assaggiatori di vino “colorano” di emozioni uno stimolo gustativo-olfattivo“.

Esperti d’arte, scacchisti e matematici, invece, condividerebbero un destino comune. “Visualizzatori”, strateghi, un po’ anche filosofi e pensatori, secondo il neuroscienzato “hanno il cervello più grande nelle aree visuo-spaziali della corteccia occipitale per “vedere” gli oggetti esterni da diverse prospettive. (…) i matematici hanno una maggiore attività nell’area visiva, perché letteralmente “vedono” forme geometriche ed equazioni“.

Una ricerca interessante, insomma, che porterà sicuramente materiale importante da “mettere sul fuoco” per gli studi futuri.

Soprattutto, fa riflettere: per non rischiare di diventare ciò che non si vuole o, peggio, ciò che non si è, è meglio cimentarsi in imprese lavorative che piacciano ed appassionino.