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Greenpeace contro la moda low cost: il riciclo è una chimera

Greenpeace contro la moda low cost: il riciclo è una chimera

Secondo Greenpeace, a parte qualche rara eccezione, il mondo della moda si sta riempiendo di falsa sostenibilità con un modo autoreferenziale per sembrare attenti al pianeta, senza tuttavia esserlo davvero.

In un momento storico dove i grandi brand sembrano fare a gara per chi riesce a trovare le migliori soluzioni di produzione sostenibile, Greenpeace ha espresso il suo parere a riguardo.

Le iniziative

È ormai sotto gli occhi di tutti: sono tantissime le iniziative messe in opera dai grandi marchi per favorire, o almeno così sembrerebbe, la salvaguardia del pianeta attraverso il riciclo ed un input all’economia circolare.

Durante la Settimana della Moda di Milano, ad esempio, si è parlato delle sneakers della Reebok, realizzate con plastica riciclata, pescata negli oceani, delle fibre di cotone recuperate e ritessute, come nel caso di H&M, dei “jeans in affitto” di Mud, delle particolari scarpe di Venethica, ottenute grazie al riutilizzo delle manichette antincendio. Proposte eccentriche, anche inusuali e di stile, che si ritrovano ad essere, di certo, di ispirazione per il mondo intero. La Camera Nazionale della Moda Italiana ha infatti lanciato il Green Carpet Fashion Awards, per premiare il design Made in Italy più innovativo e, contemporaneamente, eco-sostenibile. Anche H&M ha dato un suo ulteriore contributo con il premio Global Change Award, incentrato sulla ricerca di nuove idee che permettano il passaggio da un’economia lineare, nel campo del fashion, ad una circolare, in ottica Zero Waste.

Eppure tutto questo, secondo Greenpeace, non è abbastanza, anzi. In alcuni casi sarebbe solo una facciata.

L’accusa di Greenpeace

Chiara Campione, Senior Corporate Strategist di Greenpeace Italia, si è espressa in un durissimo attacco contro quella che definisce “la finta economia circolare dei grandi brand“, proprio durante la settimana della moda: “L’economia circolare è sulla bocca di tutti, ma dietro questa bella etichetta si nasconde il sogno impossibile dell’industria che la circolarità possa risolvere il problema di un consumo eccessivo di risorse. In ogni caso dobbiamo consumare meno perché il riciclo al 100% è una chimera! Tessuti di bassa qualità, impiegati in capi di pochi euro che durano al massimo per una stagione sono falsa sostenibilità. Il riciclo in questo tipo di moda ha come unico scopo quello di eliminare il senso di colpa nei consumatori seriali e invogliarli a comprare di più“.

Le soluzioni proposte

Naturalmente, l’associazione ambientalista non si è limitata solo a lanciare accuse, ma si è anche offerta di proporre nuove soluzioni, davvero innovative e in favore dell’economia circolare del riciclo.

Nel report presentato, con 400 esempi di slow fashion, sono comparse realtà di noleggio di abiti, di riparazione, o orientate su fibre naturali, reintroducendo una politica di realizzazione diversa, fondata su capi resistenti e duraturi, piuttosto che su materiali economici e facilmente deteriorabili in poco tempo. Un posto di tutto rispetto, nel reportage, è stato guadagnato da Vegea, produttrice di pelle vegetale attraverso vinacce esauste, che ha fatto da esempio come alternativa all’utilizzo di composti perfluorati, usati per l’idrorepellenza, notoriamente influenti nella contaminazione del suolo e delle acque.

Insomma, l’occhio di Greenpeace è stato più lungimirante, sicuramente, di tanti brand che hanno messo in piedi proposte interessanti, ma inefficienti nel lungo termine a rispondere davvero alla corsa verso il raggiungimento di una reale economia circolare.