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Gli schiavi dimenticati della moda occidentale

Gli schiavi dimenticati della moda occidentale

Ci sono realtà così tremende che, a volte, si può pensare che fingendo non esistano si possa vivere le giornate con più leggerezza. Ma si tratta pur sempre di finzione.

L’Italia si definisce un Paese in crisi, eppure sono tantissime le famiglie che, ogni anno, ogni stagione, ad ogni occasione, hanno l’opportunità di recarsi nei propri negozi di fiducia per rinnovare il guardaroba o semplicemente trovare l’outfit giusto per qualche evento, dal primo giorno di scuola, al matrimonio di un parente. Un privilegio non da poco se si pensa che dietro le quinte di quei tessuti, di quelle etichette, di quei capi d’abbigliamento colorati, allegri e spesso anche a basso costo, ci sono uomini, donne e bambini che lavorano per pochi centesimi, instancabilmente, per giorni interi.

Naturalmente non è solo il nostro Paese a favorire questo tipo di “conduzione aziendale”, ma tutto il mondo d’occidente, abituatosi ormai ad una cultura usa-e-getta, dove capi d’abbigliamento cheap&chic durano una stagione; tenendo presente poi che, se non si deformano o rovinano, l’anno dopo saranno comunque passati di moda.

Perché il mondo del fashion è così, è una ruota che gira continuamente, che non si ferma e detta legge ad ogni piè sospinto.

In questo modo si è però perso anche il senso del valore delle cose, oltre che l’umanità verso chi viene sfruttato.

L’impatto ambientale della moda usa-e-getta

Greenpeace Germania ha pubblicato i risultati di una sua ricerca in tema, affermando che: “una persona acquista il 60% in più di prodotti d’abbigliamento ogni anno e la loro durata media si è dimezzata rispetto a 15 anni fa, producendo montagne di rifiuti tessili. La produzione di vestiti è raddoppiata dal 2000 al 2014, con le vendite che sono passate da mille miliardi di dollari nel 2002 a 1.800 miliardi nel 2015″.

Ancora, secondo Textile exchange, un ente no-profit che si occupa proprio del settore, il 5% delle discariche mondiali è occupato da rifiuti tessili: il 20% dei tessuti prodotti nel mondo viene buttato.

Inoltre, secondo altre stime provenienti dal Wwf, il 2,4 % dei campi del globo è occupato da coltivazioni di cotone, avendo un impatto negativo sull’ambiente a causa degli insetticidi e dei pesticidi che vengono utilizzati, senza contare, ovviamente, l’immenso patrimonio d’acqua necessario per portare avanti le coltivazioni.

Numeri che fanno pensare e che dovrebbero indurre ad un consumo più consapevole, volto al riciclo e all’economia circolare, che favorirebbe non solo l’ambiente e scoraggerebbe determinate realtà di sfruttamento, con un riscontro positivo anche sul portafoglio.

Le condizioni dei lavoratori del settore tessile della moda

Nel silenzio più tombale di una condizione spesso denunciata, ma mai “tenuta in conto” dai consumatori, questo 14 aprile è ricorso il quarto anniversario della tragedia del Rana Plaza, in Bangladesh: un edificio, al cui interno si lavorava per importanti brand europei e nordamericani come Walmart, Carrefour, Auchan e Gap, è crollato uccidendo 1.134 persone e ferendone migliaia.

Frequentissime anche le notizie che riguardano lavoratori-bambini, come il caso del 2012 in cui si seppe della triste realtà delle bambine operaie a Tamil Nadu, in India. Minorenni che lavoravano senza alcun contratto, con settimane di lavoro che contavano più di 72 ore di presenza in fabbrica, “pagate” con un salario di 88 centesimi di Euro al giorno

Addirittura, si è scoperto che anche la pratica che aiuta i jeans ad avere un look vintage, per i lavoratori che non prendono precauzioni, può rivelarsi pericolosa a causa dell’inalamento della silice: in Turchia, infatti, questo trattamento è stato fortunatamente bandito.

Insomma, “le vie dello sfruttamento sono infinite” ed il fatto che tutto questo avvenga lontano dai nostri occhi non implica che debba restare anche lontano dal nostro cuore. Una presa di coscienza collettiva ed un cambio di abitudini radicale verso stili più etici e sostenibili potrebbero davvero significare la salvezza, per tante vite e per il pianeta stesso.