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Giornata internazionale della felicità 2018: cosa dice il World Happiness Report?

Giornata internazionale della felicità 2018: cosa dice il World Happiness Report?

È il sesto anno che si festeggia la Giornata Mondiale della Felicità, istituita nel 2012 dall’ONU attraverso la dichiarazione cardine: “La ricerca della felicità è uno scopo fondamentale dell’umanità“.

156 i Paesi considerati per stilare il World Happiness Report, nei quali l’Italia compare, per fortuna, ma soltanto al 47° posto. Come mai?

Il “grado di felicità” italiano

Facendosi ambasciatrice di un “approccio più inclusivo, equo ed equilibrato alla crescita economica che promuova lo sviluppo sostenibile, l’eradicazione della povertà, la felicità e il benessere di tutte le persone” come base della felicità di un Paese, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite stila, ogni anno, un rapporto sulla questione, attraverso dei parametri fissi:

  • Pil pro capite – secondo Eurostat, quello dell’Italia è al di sotto della media europea;
  • Sostegno sociale – il rapporto 2016 sulle Performance delle politiche e capacità di governance parla, per il nostro Paese, di “misure insufficienti a sostegno della famiglia“;
  • Speranza di vita – unica nota positiva che contraddistingue gli italiani è un rialzo di sette mesi, per la vita media, dal 2013;
  • Libertà – al contrario di quello che ci si potrebbe aspettare, il report Freedomhouse 2018 dichiara l’Italia in 89-ma posizione (su 100);
  • Generosità – secondo il Good Country Index, l’Italia è solo 16-ma su 163 Paesi;
  • Assenza di corruzione – la corruzione, secondo il rapporto 2016 sulle Performance delle politiche e capacità di governance, “continua a essere un fattore chiave che mina la qualità della pubblica amministrazione. Le distorsioni che produce nei servizi pubblici e nell’economia ostacolano la modernizzazione“. 

Insomma, il nostro Paese sembrerebbe possedere tutte le carte in regola per offrire ai propri cittadini un “grado di felicità” degno di nota, ma si perde ancora dietro amministrazioni fallaci, burocrazia scomoda, comodissima corruzione, instillando nei suoi abitanti un senso di sfiducia, la tendenza alla distopia e, quindi, una sorta di depressione collettiva dovuta all’ambiente in cui si vive.

Torna quindi utile andare a scoprire perché i Paesi che si trovano in Top 3, ad esempio, risultino essere davvero così soddisfatti, in modo da carpirne i segreti e le dinamiche interne.

La Top Chart della felicità internazionale

In verità, si è notato che le prime 10 posizioni della classifica sono occupate sempre dagli stessi Paesi, disposti, però, di volta in volta, leggermente diversamente.

Quest’anno l’ordine è stato:

  1. Finlandia
  2. Norvegia
  3. Danimarca
  4. Islanda
  5. Svizzera
  6. Olanda
  7. Canada
  8. Nuova Zelanda
  9. Svezia
  10. Australia

Confermando il detto secondo il quale “I soldi non fanno la felicità“, gli USA sono slittati in 18-ma posizione: sebbene più ricchi, infatti, risultano affranti da una depressione dilagante, anche incentivata (e causa-effetto al rovescio) da maggior utilizzo di droghe e oppioidi e continuo aumento di casi di obesità. 

La vera sorpresa ha riguardato il fatto che la felicità generale del Paese è risultata alta soprattutto quando c’era corrispondenza tra grado di soddisfazione degli immigrati (provenienti, quindi, da realtà con gradi di felicità anche molto più bassi di quello di destinazione) ed abitanti storici: “chi sceglie Paesi più felici vince, mentre chi sceglie Paesi meno felici perde” ha dichiarato John Helliwell, dell’Università della Columbia Britannica.

Allo stesso modo, Meik Wiking, dell’Happiness Research Institute in Danimarca, ha riferito: “Il voto più alto alla Finlandia è significativo: il Pil pro capite è più basso rispetto ai Paesi vicini ed è nettamente inferiore a quello degli Usa, ma i finlandesi sono bravi a convertire ricchezza in benessere. Nei Paesi nordici si pagano le tasse più alte del mondo, ma c’è molto consenso nel pagarle, perché vengono percepite come un investimento nella qualità della vita di tutti“.

Insomma, a fare la differenza non sono i valori in sé, di queste statistiche, ma la percezione della potenziale felicità (e fiducia) riposta nella propria realtà di vita quotidiana.