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Economia Circolare: una grande opportunità per l'Italia, ancora troppo sottovalutata

Economia Circolare: una grande opportunità per l’Italia, ancora troppo sottovalutata

Nonostante l’Italia faccia parte dell’Europa, politicamente e geograficamente, non è un segreto per nessuno il fatto che, troppo spesso, le innovazioni e le evoluzioni in positivo ci mettano più tempo, rispetto agli altri Paesi del continente, a prendere piede e ad essere approvate e messe in atto. Questo è quello che sta accadendo, purtroppo, anche con la prospettiva di una economia totalmente circolare.

Sostenibilità e legislazione italiana, a volte, pare siano in antitesi, nonostante gli sforzi consumati per una evoluzione delle istituzioni e dei singoli cittadini, in questo senso.

È quello che ha sostenuto anche Stefano Ciafani, direttore nazionale di Legambiente, durante la prima giornata della IV edizione di Ecoforum, tenutosi a Roma dal 20 al 22 giugno.

Economia Circolare in Europa: a che punto siamo

L’economia del nostro Paese, ma anche del nostro continente e del mondo intero, sta virando verso una nuova concezione della gestione dei rifiuti, che prevede il riutilizzo di materie prime per produrre nuovi tipi di energia ugualmente performanti, ma a basso costo, sia in termini economici che di sostenibilità per l’ambiente.

Una transizione completa verso un’economia circolare in Europa potrebbe generare risparmi addirittura pari a 2mila miliardi di euro entro il 2030; aumento del Pil, del potere d’acquisto delle famiglie e di nuovi posti di lavoro supplementari (si parla di 3 milioni!) sarebbero solo alcune delle incredibili, positive conseguenze di questo cambiamento. Una fase che, per la nostra nazione, secondo Ciafani, rischia di diventare irraggiungibile o troppo lontana, considerando gli ostacoli “legislativi, burocratici, autorizzativi” che si trovano, ancora, in Italia.

I problemi in Italia

La legislazione contraddittoria italiana di certo non favorisce, quindi, un’evoluzione dell’economia e della politica di gestione del nostro Paese, anzi; sono proprio le aziende che investono sulla sostenibilità che sono a rischio chiusura o delocalizzazione, a causa di normative obsolete e ambigue, favorendo così i “furbetti”, le illegalità e tutta una serie di modus operandi poco edificanti.

Durante la prima giornata di Ecoforum, al centro delle discussioni c’è stata proprio la questione sacchetti compostabili: con il recente divieto dei sacchetti di plastica non riciclabili, l’Italia ne ha ridotto il consumo del 55%, con una diminuzione, in termini di CO2, di circa 900mila tonnellate. Nonostante questo però la battaglia contro l’illegalità è ancora in atto, visto che circa la metà dei sacchetti in circolazione nel nostro Paese non sono a norma di legge, andando non solo a discapito della filiera legale, ma comportando una perdita economica di circa 160 milioni di euro, più 30 milioni di euro in evasione fiscale e 50 milioni di euro per lo smaltimento del suddetto materiale fuori legge.

Una contraddizione bella e buona, che sta diventando un problema sempre più serio per chi la legge la rispetta e per chi, in un riscatto economico-ambientale del nostro territorio, ci crede fermamente.

Ma non è tutto.

Sono tanti i tipi di rifiuti che potrebbero essere riciclati con numerosissimi tipi di riutilizzo, come il polverino di gomma proveniente dal trattamento di Pneumatici Fuori Uso (Pfu) negli asfalti, utilizzati con successo da oltre quarant’anni, ma ancora visti con diffidenza (dovuta a cattiva informazione) da molti addetti ai lavori; il processo di trattamento dei pannolini e dei prodotti assorbenti per la persona (Pap), da cui, attraverso sanificazione e separazione delle matrici che compongono il rifiuto, si potrebbero ricavare cellulosa, plastica, polimeri assorbenti; gli aggregati di materiali provenienti dai rifiuti da costruzione e demolizione (C&D), che rappresentano il 25-30% del volume dei rifiuti in Europa (una percentuale altissima sul totale!), che potrebbero essere recuperati e rigenerati, fermando la realizzazione di almeno 100 cave di sabbia e ghiaia per un anno; stesso discorso per i rifiuti di fonderia al posto di materiali da cava, con vantaggi ambientali degni di nota: basti pensare che si ricorrerebbe molto meno allo smaltimento in discarica e all’utilizzo di materiali di scavo.

Un “cattivo” esempio

Un esempio su tutti può essere rappresentato dall’azienda privata Fater di Pescara, che ha realizzato un impianto per il riciclo dei pannolini, ad oggi fermo perché l’autorizzazione della Regione Veneto, in mancanza di una normativa nazionale, classifica ancora le frazioni di plastica e di cellulosa prodotte dall’impianto come rifiuti. È in atto un procedimento legale, che si accoda a tutta la lunga e obsoleta lista di leggi e burocrazie del nostro Paese.