E-waste: i rifiuti elettronici di cui non si parla
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E-waste: i rifiuti elettronici di cui non si parla

E-waste: i rifiuti elettronici di cui non si parla

Se ne parla, forse, troppo poco, ma esiste un problema molto serio legato all’ambiente e all’inquinamento: quello dei rifiuti elettronici. Ma non è solo colpa dell’utente medio.

Il progresso tecnologico sta cambiando la nostra vita sempre di più, nel bene e nel male, ma ci sono delle conseguenze naturali che non si possono ignorare.

La smania di possedere sempre l’ultimo modello di smartphone, l’assurdo costo di determinate riparazioni che forza gli utenti ad orientarsi direttamente su nuovi acquisti, la presenza di materiale nocivo e altamente inquinante nei componenti dei dispositivi mobili, sono tutte tessere di un puzzle che, purtroppo, converge ad un’unica realtà: la minaccia del nostro ecosistema.

“Progettato per rompersi”

È notizia recente quella secondo la quale la Apple ha pubblicamente ammesso che un aggiornamento del proprio sistema operativo rallentava deliberatamente i vecchi modelli di iPhone, per preservarli da problemi a livello hardware. Ma il pubblico ha vissuto la faccenda come un tradimento, un escamotage per spingere a comprare modelli nuovi e con migliori prestazioni.

Si potrebbe dire che questo è quello che succede in generale, soprattutto nel mondo della telefonia: dispositivi belli da vedere, leggeri da portare con sé ma disperatamente fragili e difficilmente riparabili a causa del costo che ogni singola parte comporta, manodopera a parte. Un’evidenza che sono, ormai, anni che si rivela ma contro la quale poco si è fatto, almeno sino ad oggi, con la prevedibile conseguenza che smartphone ancora utilizzabili o riparabili finiscono nei cesti dei rifiuti e poi, più a largo giro, ad intasare le discariche.

Negli Stati Uniti, ad esempio, pare che il tempo di vita medio per un dispositivo mobile superi di pochissimo i due anni.

Le discariche asiatiche: obiettivo della criminalità organizzata

Stando alle stime ONU, dal 2007 sono stati prodotti oltre 7 miliardi di smartphone e, nel 2016, circa 44,7 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici (in crescita rispetto al 2014), con solo il 20% riciclato e un trend in continua crescita che potrebbe toccare le 52,2 milioni di tonnellate entro il 2021.

Ma chi è a guadagnarci, a parte le aziende globali che vendono i propri dispositivi in tutto il mondo?

C’è una rete che cammina “sottobanco”, messa in piedi dalla criminalità organizzata, che smista, attraverso vari canali, questi rifiuti elettronici in discariche abusive in Oriente, arrivando, secondo Greenpeace, a far inviare dall’Europa anche 8 tonnellate di rifiuti per anno. Oltre il danno, insomma, la beffa: un affare che riempie le tasche della malavita e, contemporaneamente, avvelena il nostro stesso pianeta sfruttando il bisogno di denaro che affligge gli abitanti di alcune sue zone. Un intero cerchio di negatività.

Il Mobile World Congress

A Barcellona si è tenuto, dal 26 febbraio al 1° marzo, il Mobile World Congress ed è stata l’occasione, per molte associazioni, di far presente questo problema, offrendo anche delle possibili soluzioni:

  • I prodotti dovrebbero essere progettati nell’ottica di essere riparati e aggiornati (attraverso pezzi di ricambio e supporto software per i dispositivi più vecchi);
  • Meno sostanze nocive tra i componenti;
  • Più agevolazioni e meno ostacoli, da parte dei governi, per le officine di riparazione;
  • Regolamentare più prodotti sulla direttiva sulla progettazione ecocompatibile e delle norme sull’etichettatura energetica.