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Deepwater Horizon, 7 anni dopo il disastro ambientale più grave della storia americana

Deepwater Horizon, 7 anni dopo il disastro ambientale più grave della storia americana

20 Aprile 2010, Golfo del Messico. Un incidente al Pozzo Macondo, ad oltre 1500 metri di profondità, genera un versamento massiccio di petrolio in mare: è il disastro della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon.

La storia dell’umanità è costellata, purtroppo, da errori che hanno portato a disastri tremendi, a livello umano, sociale e ambientale; quei disastri che vengono rimossi in fretta dai ricordi, che è meglio dimenticare per non doversi confrontare continuamente con un senso di colpa troppo grande.

Questo è quello che è successo un po’ anche con la tragedia della Deepwater Horizon, il disastro ambientale più grave mai accaduto in America, che è stato responsabile dello sversamento in mare di milioni e milioni di barili di petrolio, in un lasso di tempo anche troppo esteso: ben 106 giorni.

La “marea nera”

L’incidente che ha coinvolto la piattaforma è avvenuto durante la perforazione del Pozzo Macondo, su un fondale profondo 400 metri al largo della Louisiana: un’esplosione ha innescato un violentissimo incendio, incenerendo all’istante 11 persone e ferendone altre 17. Tutto questo ha generato poi, a catena, il rovesciamento della Deepwater Horizon, che ha finito per accasciarsi sul fondale nei pressi del pozzo, generando un versamento incontrollato di petrolio a causa del malfunzionamento delle valvole di sicurezza presenti all’imboccatura del pozzo stesso.

I tentativi per fermare questo disastro in corso sono stati diversi, molti dei quali falliti: una cupola di cemento ed acciaio ed il più fortunato imbuto convogliatore che è servito a recuperare parte del petrolio disperso, collegato ad una cisterna in superficie, mentre, al contempo, si cercava di cementare le aperture del pozzo tramite degli altri pozzi sussidiari. La soluzione definitiva è arrivata quando si è riusciti a cementare definitivamente il tutto, deviando il petrolio in un altro bacino sicuro.

Le conseguenze

Come è intuibile, le conseguenze per la flora, la fauna e gli abitanti della fascia costiera interessata sono stante tremende: nonostante la marea sia visivamente sparita in fretta, probabilmente anche a causa di una violenta tempesta tropicale seguita quasi subito, alcune spiagge hanno chiuso i battenti, la pesca è morta e il turismo ne ha fatto le spese; sono gli stessi americani a non fidarsi più delle risorse di quelle zone. Ma c’è di più.

Il Corexit, un male “minore”?

Quella che è stata denominata “marea nera” è stata combattuta, in superficie, attraverso l’utilizzo di solventi: degli agenti disperdenti in grado di “sciogliere” gli idrocarburi in parti più piccole, lasciandoli poi precipitare sul fondale del mare. In particolare, è stato utilizzato il Corexit, definito “il male minore” per cercare di arginare questa vera e propria tragedia, proprio perché questi agenti chimici sono già di per sé altamente inquinanti.

C’era la salute delle persone a rischio, motivo per il quale vennero versati in mare 2.650 metri cubi di sostanza: in questo modo si è cercato di rendere minimi i rischi di un inquinamento dei letti dei fiumi e delle coste.

A distanza di anni, però, cosa si può dire di questa decisione? È stata giusta, avventata, esagerata?

Sono stati proprio il Gulf of Mexico Research Initiative e la National Science Foundation a finanziare uno studio coordinato dalla Woods Hole Oceanographic Institution. I ricercatori hanno analizzato campioni di acqua e aria raccolti tra il 3 giugno e il 15 luglio 2010, raffrontando tutto con una simulazione computerizzata, ad un ipotetico scenario Corexit-free.

Ne è emerso che la scelta è stata a suo modo corretta, poiché la qualità dell’aria è migliorata più velocemente, la concentrazione di benzene nell’atmosfera si è ridotta e gli addetti ai lavori hanno potuto lavorate tempestivamente e senza troppi problemi.

Il rovescio della medaglia? Secondo alcuni, il solvente starebbe compromettendo la fauna marina dall’interno, ormai inseritosi nella catena alimentare.

Il dibattito è ancora acceso, ma la British Petroleum continua a difendere questa scelta, nonostante sia stata condannata al pagamento di 4,5 miliardi di dollari, ed incaricata di ripulire le coste inquinate e ad intervenire lì dove la natura appare danneggiata. Il suo comportamento non è stato poi del tutto trasparente, e tra i motivi di condanna spuntano l’aver ostacolato le indagini e omesso informazioni dettagliate al momento dell’esplosione.

In ogni caso, ad oggi non si dovrebbe nemmeno più parlare di “mali minori”. L’unica alternativa è finanziare la ricerca per l’utilizzo delle energie pulite, lasciando queste tragedie non tra i “rischi” del quotidiano, ma tra i ricordi.