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Andare in terapia non è una sconfitta: è una conquista

Andare in terapia non è una sconfitta: è una conquista

La psicologia, come ambito, è stata fortunatamente molto sdoganata e riscuote molta curiosità e successo tra i giovani e persino tra gli adulti di oggi, cresciuti nell’obsoleta “memoria” dei manicomi. Purtroppo, non si può dire lo stesso della terapia psicologica.

Fatti curare da uno bravo“, o qualcosa di simile, è spesso una frase che viene pronunciata in senso dispregiativo verso qualcuno, con l’intenzione di offenderlo, come a indicare presunti problemi psicologici che lo renderebbero “inferiore”.

Il retaggio antico proveniente dalle erronee “terapie” (che tali non erano ma, talvolta, vere e proprie violenze) che venivano condotte nei manicomi, su chi soffriva di problemi mentali, ha creato una sorta di eco che continua a perdurare ancora oggi.

Se si prende la febbre si ricorre ai farmaci, se nasce un problema al fegato o al cuore o a qualunque altro organo interno si consulta un medico e si sceglie come intervenire; si arriva anche candidamente a prenotare interventi chirurgici, ma nessuno riesce mai a sentirsi tranquillo quando si rende conto che potrebbe avere bisogno di fare terapia con uno psicologo. A rifletterci in maniera lucida e distaccata, questa è la vera follia, la vera assurdità.

Nessuno è sano, nessuno è malato

Potremmo riassumere con queste 4 parole una verità che, però, è tale fino ad un certo punto. Perché è verissimo che nessuno può definirsi perfetto, a livello psicologico, almeno quanto lo è il fatto che esistono delle vere e proprie patologie collegate alla psiche, che possono diventare anche gravi o invalidanti, addirittura fatali, e che, proprio per questo, richiedono assolutamente un intervento professionale.

A patto di trovare uno psicologo con cui ci si senta a proprio agio, con cui diventi facile aprirsi e che “faccia venir voglia di stare meglio“, stimolandoci ad affidarci a lui, la decisione di affrontare una terapia è una conquista per se stessi: la vera sconfitta è non provarci, è decidere di non darsi questa possibilità, dire addio per sempre all’ipotesi di poter stare meglio, insomma.

Perché per quanto possano essere difficoltosi i problemi da affrontare, o dilaniante far uscire fuori cose che si sono sepolte e che logorano dall’interno, a volte anche inconsciamente, non c’è nessuno di più disperato di chi non riesce o non vuole chiedere aiuto.

I nostri percorsi di vita individuali ci portano a preferire un colore o un piatto piuttosto che un altro, a vestire con uno stile particolare o a scegliere come passare il nostro tempo libero e, alla stessa maniera, quando si tratta di eventi traumatici e dolorosi, possono interferire con il nostro quotidiano e con le nostre scelte in negativo, persino bloccandoci. Tutto qui, nulla di anormale, quindi!

Il lavoro del terapeuta

Lo step più difficile è proprio quello di accettare di farsi dare una mano e varcare la soglia dello studio di un terapeuta… per scoprire che, in fondo, non è altro che un essere umano con il suo vissuto e il suo lavoro, proprio come noi tutti. Dopodiché, una volta stabilitasi una relazione con lui, potrà diventare più facile affrontare problemi sepolti sotto il livello della coscienza, esperienze traumatiche devastanti o anche sensazioni di malessere particolari e molto specifiche, come disturbi dell’alimentazione e depressione.

Varcare quella soglia potrà essere difficile per qualcuno, ma importantissimo: ecco perché non è una sconfitta, ma una vera e propria conquista in grado di portare a qualcosa di ancora più importante. Un punto di vista esterno, professionale e mirato che, in qualche caso, è in grado anche di salvare la vita.