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cervello come puzzle con tassello mancante

Analfabeti funzionali: l’esercito dei “webeti”

Li incontriamo ogni giorno al supermercato, al lavoro, persino all’università; condividiamo con loro le panchine al parco, il tavolo di un pub e le aule dei seggi elettorali: parliamo degli analfabeti funzionali.

Non c’è dubbio che l’Italia sia, ad oggi, un Paese fortemente scolarizzato, dove l’analfabetismo strutturale è, per fortuna, soltanto un ricordo. Ma questo non è sufficiente a tenerla lontana da un altro tipo di analfabeti, quelli, cosiddetti, funzionali.

Secondo uno studio condotto dal PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies), infatti, la nostra nazione sarebbe quarta solo dopo Indonesia, Cile e Turchia per numero di low skilled, come vengono definiti a livello internazionale.

Analfabeti funzionali: chi sono

Molti non sanno che, sebbene questa terminologia sia salita alla ribalta negli ultimi anni, la sua origine è da ritrovarsi nel 1984, quando l’UNESCO si ritrovò a coniarla durante alcune indagini sull’alfabetizzazione svolte dall’ONU. In quel contesto, infatti, cominciò a farsi strada l’idea che insegnare a leggere e scrivere potesse non essere sufficiente: era come fornire una serie di puntini ed una matita a persone che non sempre avevano la capacità di capire come quegli strumenti andassero utilizzati per ottenere un risultato; è, quindi, una storia vecchia di 30 anni.

Stando alla definizione uscita fuori proprio da quel contesto, l’analfabetismo funzionale è “la condizione di una persona incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità“. In sostanza, si tratta di persone molto fragili a livello intellettuale, regolarmente scolarizzate e, in qualche caso, persino laureate, che non hanno familiarità con la dialettica ed il pensiero complesso. Sperimentano scarsa comprensione di testi scritti (literacy), difficoltà nell’eseguire semplici calcoli matematici relativi alla vita quotidiana (numeracy), approcci superficiali sia con strumenti informatici di vario tipo sia, che è più grave, con le informazioni che ricevono dall’esterno, credendo a qualunque cosa si palesi davanti ai loro occhi, incapaci di andare più a fondo per verificare l’attendibilità delle fonti o delle notizie; sono i veri e propri “spammer” di fake news che finiscono, poi, per creare anche danni devastanti, mettendo in dubbio certezze importanti per la sicurezza, la salute e la stessa vita della collettività.

Sono stati riscontrati anche legami con la criminalità e la povertà: da un’indagine svolta nelle carceri USA nei primi anni 2000, è emerso che il 60% degli adulti era funzionalmente o marginalmente analfabeta, mentre l’85% dei minorenni aveva problemi nella lettura, nella scrittura e nella matematica di base.

Un altro studio chiamato Literacy at Work (“Alfabetizzazione sul lavoro”), condotto nel 2001, ha messo anche in luce le perdite economiche relative alle deficienze che queste persone si ritrovano a riversare nel lavoro: miliardi di dollari all’anno andati in fumo a causa di bassa produttività, errori e incidenti riconducibili a questo problema.

Il fatto che siano i Paesi più “istruiti” a possedere il numero minore di analfabeti funzionali, però, non ha dato la conferma inversa: come anticipato, anche molti laureati, professionisti, persino docenti, possono far parte di questa categoria (e rifiutarlo tassativamente proprio per il ruolo guadagnato nella società).

Gli studi recenti

Come disse Umberto Eco: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel“; sarebbero proprio strumenti come Facebook e Twitter, quindi, ad aver fatto esplodere la faccenda, mettendo gli analfabeti funzionali in condizione di influenzare negativamente l’andamento della società e tutti gli altri a conoscenza del problema.

Secondo i dati 2018, i “Webeti” italiani, come li ha ironicamente ribattezzati Enrico Mentana, si trovano tra i giovani che non svolgono attività di rilievo (non studiano e non lavorano), tra gli scarsamente istruiti che si dedicano ad attività meccaniche e ripetitive, tra chi svolge professioni non qualificate e, in genere, in percentuali molto basse nelle fasce d’età comprese tra i 16 e i 24 anni ed esponenzialmente più alte dopo i 55: da qui l’evidenza che il problema riguardi la scarsa scolarizzazione dei nati prima degli anni ’50 e le persone che, nel tempo, hanno perso elasticità mentale e creativa perché allontanatesi da qualunque attività relativa a lettura, informazione e sviluppo del pensiero.