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6 febbraio giornata mondiale contro infibulazione

Il 6 Febbraio è stata la Giornata Mondiale contro l’Infibulazione

Sono 30 i Paesi al mondo dove, in media, il 90% delle donne viene regolarmente infibulata per credenze, riti ed usanze del luogo. Sono tre milioni le ragazze a rischio di mutilazioni genitali nei prossimi 10 anni.

Se qualcuno dovesse immaginare l’inferno per una bimba innocente, lo farebbe così: mutilazioni genitali che interessano bambine neonate o tra i primi anni di vita e l’adolescenza, in cui avviene l’asportazione del clitoride, delle piccole labbra, di parte delle grandi labbra (con conseguente cauterizzazione) più una quasi totale cucitura della vagina, salvando soltanto un piccola apertura, che permetta la fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale.

I paesi coinvolti

Questo è quello che succede a praticamente tutte le ragazzine e le bambine di alcuni paesi dell’Africa (parte meridionale dell’Egitto, Sudan, Somalia, Eritrea, Nigeria, Senegal, Sierra Leone), della penisola araba e del sud-est asiatico, dove sono coinvolte alcune regioni dell’India. Ma non è solo alle giovanissime che è rivolto questo atroce rito. Nell’ottica che tutto questo sia motivato da un “controllo sessuale” verso la donna, forzandola a rimanere illibata prima del matrimonio e a non provare l’orgasmo clitorideo, funzionalizzando il rapporto solo ad un “atto pratico”, ci sono anche altre situazioni in cui il rito va ri-applicato, parlando di reinfibulazione, ad esempio dopo la morte del marito, un divorzio o un parto, per “ripristinare la purezza”…

La precaria salute delle donne infibulate (e dei loro bambini)

Ma perché reinfibulare dopo una gravidanza?

Non ci si pensa, perché è completamente fuori dalla portata della nostra immaginazione, ma dopo aver subito pratiche dolorose e traumatiche come queste, per una donna sposata diventa una tortura anche avere dei normali rapporti sessuali con il proprio marito, fermo restando che soffrire di cistite, ritenzione urinaria e infezioni diventa praticamente un’abitudine; ma c’è di peggio.

Quando queste donne, nonostante i dolorosissimi e difficoltosi rapporti sessuali, anche dopo la defibulazione effettuata dallo sposo dopo il matrimonio, riescono a rimanere incinte, i loro bambini rischiano molto: le cicatrici conseguenti alle mutilazioni rendono i tessuti meno elastici, per cui il parto è un’atroce agonia, in cui spesso il bambino finisce per rimanere coinvolto, con un cervello che, durante questa lunga attesa, si ossigena poco e male, causando, troppo spesso, anche danni neurologici. Come se non bastasse, ci sono casi in cui i bambini non riescono a sopravvivere e, con la rottura dell’utero durante le contrazioni, nemmeno le madri.

Sebbene tutto questo esista da moltissimo tempo, e quindi abbia reso coscienti tutti sui rischi e sui pericoli, purtroppo non c’è nemmeno una blanda avvisaglia di un’ipotetica revisione di questi rituali in futuro.

Com’è la situazione in Italia?

In Italia, naturalmente, questa pratica è illegale, ma viene eseguita clandestinamente, almeno in parte. La mutilazione totale, infatti, comporta dei rischi che, senza il supporto di una struttura ospedaliera, non potrebbero essere arginati, ma la rimozione del clitoride e delle piccole labbra viene eseguita anche sui nostri territori, fermo restando che, quando è possibile, queste donne vengono infibulate in patria per poi ritornare in Italia già mutilate.

La portata del fenomeno è impressionante, le ripercussioni psicofisiche allucinanti. Sono 200 milioni le donne di qualunque età che hanno subìto mutilazioni parziali o totali dei genitali femminili, ad oggi.

Ed è importante conoscere il fenomeno quanto più possibile e dedicargli una giornata (è stato scelto il 6 Febbraio) perchè si possa imparare a conoscere questo terribile nemico, per combatterlo sul suo stesso terreno.